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Adozione in Cina

 

Kangtao, Kaiming, Tian, Guogang… Sono i nomi dei bambini cinesi già arrivati in Italia, tutti appartenenti alle liste speciali e quindi “imperfetti”, portatori di varie problematiche o patologie. Oppure sono bambini grandi, ovvero oltre i 7 anni di età. Vederli correre, giocare, interagire con i genitori, ripetere parole in italiano ed esprimere in questa lingua le loro prime necessità, porta naturalmente a chiedersi se i fi umi di parole spesi per queste liste speciali non siano solo un modo “nostro” di affrontare le cose: tante parole un poco lontane, alla fi ne, dalla realtà.

Le adozioni in Cina sono iniziate da parecchio tempo, da Luglio 2009, e più di 50 minori sono stati proposti e accettati; 2 o 3 bambini sono stati rifi utati alla prima proposta (ci sono anche casi come questo), abbiamo fatto tutto il possibile per aggiornare le coppie ogni volta che acquisivamo nuove informazioni, ma soprattutto abbiamo cercato di sfatare l’idea che Cina sia sinonimo di bambini malati.

I bambini grandi e i bambini con necessità speciali sono ormai il leit motif di tutti i paesi dove l’adozione internazionale è nata, dieci o venti anni fa, e che hanno avuto la possibilità di lavorare in questa direzione. Il CCAA (China Center for Adoption Affairs), l’ente con cui il Cifa collabora, al momento è ancora al vaglio delle domande di adozione ricevute nel 2006 dagli USA (una media di 2000 domande al mese). Per ovviare a questo fatto, da aprile 2007 sono entrati in vigore dei parametri più restrittivi di accettazione delle coppie (quelle attualmente seguiti dal Cifa).

“Vedere i primi bambini appartenenti alle liste speciali della Cina che giocano, corrono e interagiscono con i nuovi genitori, porta a chiedersi se i fi umi di parole spesi per queste liste nonfossero un modo fi n troppo complesso di affrontare la realtà.”

Volere un bambino dalla lista normale vuol dire perciò attendere un numero di anni ormai sconosciuti, ma certamente superiore a 3, per poi avere, forse, un bambino piccolo e sano.

Dico forse perché “bambino sano”, in realtà, vuol dire che nei suoi pochi mesi di vita non si è notato nulla che possa far pensare a qualche problema, ma che questo problema potrebbe venire fuori appena ritornati a casa: il rischio sanitario, dunque, esiste anche nella lista “normale”. Certo non sarà un bambino affetto da labiopalatoschisi o da una malformazione dell’orecchio, o non avrà un dito in più o in meno della mano o del piede, ma potrebbe manifestare in seguito altre patologie, che fi no a quel momento della sua vita non era stato possibile diagnosticare. Una delle prime “mamme Cina”, la prima in assoluto ad entrare in ospedale con il suo bimbo per risolvere il problema medico da cui è affetto con un intervento chirurgico, mi ha detto: “Circoscrivere mio fi glio al suo problema sanitario è troppo riduttivo, lui è tante altre cose, lui è un mondo intero di altre cose…” Mentre lo diceva i suoi occhi brillavano di felicità e il suo sguardo avvolgeva e abbracciava il suo piccolo, un esserino indifeso che, con la fl ebo nel piedino, dormiva placidamente, forse ancora un po’ sotto l’effetto degli anestetici. Oltre ai problemi sanitari, un altro punto dolente delle adozioni in Cina sono i tempi di attesa.

Tempi di attesa non ipotizzabili e, soprattutto, non considerabili come dati certi e ripetibili. Il CCAA corregge il “tiro” periodicamente, emanando prima normative più restrittive, e allargando in seguito le maglie per indicare che sta monitorando attentamente ciò che sta facendo e le relative conseguenze; si dimostra quindi pronto a cambiare le sue disposizioni se queste penalizzano i bambini della “special list”.

Della Cina si è scritto e si scrive di tutto e di più. La politica del fi glio unico sta avendo conseguenze gravi sul futuro equilibrio sociale futuro della nazione cinese, le modalità di applicazione di questa legge hanno fatto molto discutere soprattutto perché, all’inizio, sono state perentorie e violente; oggi lo sono forse meno, ma tolgono pur sempre una libertà di scelta per noi imprescindibile. Credo comunque che la grandezza (numerica) di questo paese renda ogni decisione più complessa che altrove, perchè le conseguenze non sono quelle di un torrente in piena che esonda, ma di un vero e proprio tsunami. I tempi di attesa dipendono quindi dalla coppia, e dalla disponibilità che quest’ultima esprime nel considerare la check-list [un documento in cui la coppia conferma o meno l’accettazione di patologie più o meno gravi da cui il bambino potrebbe essere affetto, NdR].

Una serie di “no” non va solo ad impattare con la disponibilità di base richiesta dall’ente per ogni paese ma, nello specifi co, rende impossibile avere un qualsiasi abbinamento da essa. Più la disponibilità è ampia, più il Cifa può trovare dei bambini da proporre. Cosa accade, o meglio in quanto tempo accade tutto il resto, è frutto di decine di variabili, non ultime gli aggiornamenti o approfondimenti richiesti al Cifa in caso di coppie la cui relazione dei servizi sociali non sia “fantastica”. Se all’inizio ci siamo sentiti forti perché questi approfondimenti non erano richiesti, la successiva esperienza ci aveva fatto pensare che bastava “integrare positivamente” perché la coppia fosse accettata.

Ora possiamo affermare con cognizione di causa che i parametri richiesti devono essere soddisfatti fi n dall’inizio, e che non basta il lavoro fatto poi dall’ente per “raddrizzare” una situazione.

La privacy, che riteniamo ancora più importante in questi casi, non ci permette di dire quale è stata la disponibilità data dalle coppie che hanno dei minori abbinati, ma alcune di loro si sono rese disponibili per essere contattate. Sono poi certa che la solidarietà e la comunicazione nata fra il folto gruppo in attesa su questo paese possa fare il resto; la cosa importante è fare la domanda giusta e soprattutto aver voglia di “ascoltare” la risposta: “Un fi glio non è il suo problema sanitario, ma tanto altro”.