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Adozione: una strada lunga trent’anni

 

30 anni di adozioni internazionali.

30 anni di burocrazia, carte, leggi.

30 anni di attese per migliaia di famiglie.

30 anni di vita, una generazione. Bambini allora, oggi adulti che affrontano la propria vita, partendo da storie che nascono da molto lontano, in luoghi che spesso per questi ragazzi non sono che un punto sul mappamondo.

Un punto che genitori amorevoli, grati a questi Paesi, hanno indicato loro… Indonesia, Brasile, Sri Lanka, Russia. Di adozione si è scritto molto e molto si continua a scrivere; sulle pagine dei giornali o attraverso format televisivi si raccontano storie forti, drammatiche o a lieto fi ne. Si denuncia come sia complicato adottare, quanto siano lunghe le procedure burocratiche, quante siano le richieste, quanti bambini esistano al mondo senza una famiglia. Titoli di prima pagina che gridano come sarebbe semplice andare a prenderli, quasi fossero dei pacchi postali, e dar loro un nucleo in cui fi nalmente inserirsi.

In un mondo dove tutto si consuma e si compra, dove tutto ha un valore di mercato, un bambino che vive in una struttura pubblica, in Italia o all’estero, è semplicemente un bambino abbandonato, dunque adottabile.

Così, spesso, adozione diventa sinonimo di “pago, prendo e porto a casa”.

Non è malafede, ma spesso solo superfi cialità, profonda incomprensione verso un mondo sconosciuto.

“Quando oggi si parla di fi glio adottivo, ecco che questo fi glio dovrà essere sano, maschio o femmina a seconda dei gusti personali, insomma un ‘premio’ quale risarcimento per gli anni di attesa, per le frustrazioni subite, per la sofferenza vissuta.”

Ci si avvicina all’adozione internazionale ed ecco che, con il passare dei mesi, il concetto di “prendo” si trasforma in “scelgo”.

Un fi glio biologico arriva in nove mesi, perché lo si è voluto e cercato o anche solo perché, semplicemente, è capitato. Per nove mesi ci si ripete che “non importa se sarà maschio o femmina, l’importante è che sia sano” e, quando arriva ed è sano, tutti vivranno felici e contenti. E se completamente sano non è, per quanto imperfetto sia, è pur sempre nostro fi glio, ed è chiaro che lo ameremo lo stesso e saremo pronti a combattere per lui e per i suoi diritti, come dei leoni, fi no a che avremo vita.

Quando si parla di figlio adottivo, ecco che questo figlio dovrà essere sano (la massima forma di patologia accettata si riferisce a qualcosa di reversibile, non invalidante), maschio oppure femmina a seconda dei gusti personali, insomma un “premio” quale risarcimento per gli anni di attesa, per le frustrazioni subite, per la sofferenza vissuta e per le umiliazioni di essersi scoperti sterili e quindi imperfetti. E dunque, se deve essere un premio, che premio è, se non è perfetto?

Sembra essere questa, purtroppo, l’adozione di cui si parla oggi. Quella di cui si parla attraverso gli organi di “informazione”, quella sovente utilizzata in campagna elettorale nell’affannosa ricerca di voti, facendo leva sulle umane debolezze con assurde promesse che nulla assomigliano alla realtà dei fatti.

Cambiare l’orientamento di un voto è possibile, promettere nuove regole o leggi attraverso la carta patinata di un volantino anche. Trasformare procedure burocratiche rendendole più snelle non è invece così semplice e non sempre, ad elezione ottenuta, seguono la volontà e l’onestà intellettuale di rispettare i patti. E se poi una legge si potrà mai cambiare, sarebbe bene ricordare che nel mondo dell’adozione si parla di bambini, di esseri umani, e che certe strumentalizzazioni appaiono davvero troppo ciniche per chiunque ne osservi il fenomeno. Trent’anni di leggi – legge 184, 476 e 149 e successive modifi  che – hanno certamente migliorato la situazione dal punto di vista legale; le procedure sono oggi più trasparenti rispetto a vent’anni fa, insomma vi sono più regole, ma molto resta ancora da fare, soprattutto sul fronte straniero.

Nessuna legge italiana può regolamentare cosa accade all’estero e questa è la grande incognita. L’Italia è un paese con 76 enti autorizzati a fare adozioni internazionali. Nei paesi stranieri, tuttavia, non è gradito che operino più di 3 o 4 agenzie (come vengono chiamati all’estero gli Enti Autorizzati).

Immaginate dunque come, a sentire menzionare le nostre 76 “agenzie”, l’interlocutore, se è educato, abbozzi con un sorriso; altrimenti con aria divertita o allarmata, dichiari come sia molto diffi cile scegliere quale sia il migliore.

“Noi vogliamo dialogare con l’Ente di Stato”: questa è l’abituale richiesta. E diventa diffi cile far capire come l’ente di Stato – la CAI, Commissione per le Adozioni Internazionali – in Italia non faccia adozioni.

“Ma allora cosa fa?” Già, cosa fa? Anche questa è una domanda cui è diffi cile dare una risposta chiara: “La CAI è un organismo che controlla le agenzie affi nché svolgano un lavoro corretto e onesto, nel pieno rispetto della normativa italiana”.

La risposta che segue, nel paese dove si intende adottare, suona più o meno così: “Anche la legge del nostro paese deve essere rispettata, le agenzie non possono venire qui e cercare solo di fare adozioni, quante più possibile… Il nostro è un paese povero,

“Nei paesi stranieri non è gradito che operino più di 3 o 4 Enti Autorizzati per l’adozione internazionale. Ecco perchè, a sentir menzionare il numero di Enti Autorizzati italiani (76), l’interlocutore reagisce spesso con aria divertita o allarmata.”

il denaro fa gola a molti, è quindi facile corrompere, non tutti sono onesti, ma anche noi abbiamo delle leggi e anche le nostre leggi vanno rispettate!”

Questi sono i discorsi che normalmente si fanno dall’altra parte del mondo, questi i discorsi che le coppie non possono ascoltare e probabilmente non vorrebbero nemmeno sentire, perché signifi cherebbe ammettere che i bambini abbandonati “non crescono sugli alberi” e quindi non si colgono a nostro piacimento, e nemmeno si pescano con la rete a strascico.

Tutto questo è avvenuto in trent’anni di adozioni internazionali, sul versante legislativo. Ma su quello delle coppie cosa è cambiato?

Come erano le coppie trent’anni fa rispetto ad oggi? Certamente meno informate e forse più incoscienti. Il desiderio di avere un fi glio era grande, e per esaudirlo ognuno si ingegnava secondo le proprie capacità e possibilità. Si dava fondo a tutte le conoscenze, si passava al setaccio ogni strada percorribile, nel tentativo e speranza che alla fi ne ci fosse un fi glio da portarsi a casa, da amare e crescere.

Come fosse questo bambino era un fatto secondario, e il colore della pelle non era un problema. Volere un fi glio in adozione internazionale negli Anni Ottanta era sinonimo di Indonesia, Brasile, India… Quindi il fi glio “più simile possibile” ai genitori era un fatto superato già in partenza e non preso in considerazione. Fino a quando? Fino a che non si sono aperti all’adozione internazionale i paesi dell’Est europeo. Come sarebbe cresciuto e vissuto questo fi glio “diverso” nel “bel paese” Italia, non era un problema: sarebbe stato un fi glio amato all’inverosimile e questo era considerato suffi ciente. La famiglia era la sola cosa che veniva presa in considerazione; la società, quella società il cui giudizio oggi tanto spaventa (come nel recente caso di cronaca dei genitori non disposti ad adottare un bimbo di colore, “non per noi ma per la società in cui viviamo”), a quei tempi non faceva paura. La società non faceva paura perché veniva considerata già pronta, non faceva paura perché le persone si sentivano parte della società e quindi non era possibile che questa considerasse il bambino diversamente da come lo consideravano i genitori, o più semplicemente perchè il desiderio di un fi glio era talmente grande e forse talmente “egoista” da non permettere di sentire niente di più del desiderio stesso.

Indubbiamente, gli ostacoli che venivano affrontati trent’anni fa erano la burocrazia dei Tribunali dei Minori, tribunali che da Nord a Sud e da Est ad Ovest si comportavano in modo diverso e con tempistiche che andavano dai 6/8 mesi ai 2 o anche 3 anni. Ma la grande incognita era il “dopo”. L’idea era sempre e solo quella di adottare un fi glio, non di comperarlo, e quindi il denaro che veniva versato era sempre a titolo di donazione: un piccolo onorario all’intermediario, una piccola donazione all’orfanotrofi o, una piccola donazione alla famiglia e così via; alla fi ne, erano comunque decine di milioni di Lire.

Ciò che si vedeva nei paesi di origine dei minori era molto poco, le coppie erano tutte o quasi disposte ad accettare ogni tipo di spiegazione, tanto per tacitare quella lontana vocina interiore che ripeteva:

“Ma sarà proprio “Trent’anni fa, agli albori dell’adozione internazionale, il giudizio della società sul bambino adottato, magari di colore, non faceva paura come oggi. Il bambino sarebbe stato un fi glio amato all’inverosimile, e questa era l’unica cosa importante.”

così?” E alla fi ne, dopo soggiorni spesso molto brevi, si ripartiva con l’adorato bambino e tutto veniva

dimenticato.

Prima del Maggio 1983 le adozioni internazionali erano atti stranieri che a livello amministrativo venivano poi registrati in Italia. È la legge n. 184 del 04/05/1983 ad aver parlato per la prima volta di adozioni internazionali, che dopo un anno di affi do pre-adottivo divenivano effettive anche in Italia.

Oggi, come recita la legge n. 476, in Italia viene trascritta la sentenza straniera che può essere di adozione defi nitiva o di affi do pre-adottivo. In questo caso, dopo un anno, la sentenza diviene defi nitiva anche in Italia, e da qui poi trascritta nel paese di origine del minore.

Normalmente, fi no al 2000, anno di entrata in vigore della Commissione per le Adozioni Internazionali, la stampa si occupava di adozione internazionale se una coppia veniva bloccata all’aeroporto di Fiumicino senza i documenti in regola, oppure se veniva fatta una denuncia da parte di una coppia che dichiarava di aver versato del denaro all’estero e di non aver avuto alcun bambino in adozione, oppure ancora perché il minore adottato non era quello di cui si era avuta la foto precedentemente.

In questi casi la stampa interveniva e l’adozione internazionale veniva messa sotto processo: coppie buone, sfortunate, infelici, vittime di faccendieri senza scrupoli che speculavano sul loro dolore. Ciò che si ometteva era però di far notare che le associazioni o agenzie per le pratiche di adozione internazionale esistevano già e che quindi, volendo maggiore trasparenza, ci si sarebbe potuti avvalere del loro aiuto. Non lo faceva chi era convinto di fare meglio da solo, di fare più in fretta e, quel che è peggio, già allora di poter scegliere.

Quella di poter scegliere è un’idea che accomuna le coppie di ieri e quelle di oggi, anche se i parametri utilizzati sono diversi: un tempo la scelta era prevalentemente riferita all’età; oggi, invece, oltre all’età, riguarda il colore della pelle, il sesso e lo stato di salute del bambino, con un ordine di priorità che varia da coppia a coppia. Perchè quel fi glio che, se biologico, lo si prende come arriva, se è adottivo lo si vuole scegliere in ogni suo aspetto.

Se sono arrivato fi no a qui, se ho passato esami su esami, test psicologici e ogni sorta di “angheria o sopruso”, adesso voglio essere risarcito di tutto e quindi avere quel fi glio perfettamente rispondente ai miei desideri. Oggi. Ma cosa accadrà domani, fra un anno, fra dieci anni? Questo fi glio è e sarà un altro capitolo di vita a cui si pensa di poter trovare future soluzioni, e a cui oggi non si pensa. “Io ho 45 anni, mio marito 48 ma non li dimostriamo… Siamo giovani dentro… Vogliamo un bambino di 2 o 3 anni per passare più tempo possibile con lui…” E fra dieci anni? “Quando ne avrete 55 o 60 e vostro fi glio di 11 o 12 anni, quando lo accompagnerete a scuola, chiederà di essere lasciato a cinquanta, cento metri di distanza adducendo che deve incontrare i compagni, ma che in realtà si vergognerà di voi, del fatto che assomigliate più ai nonni dei loro amici che ai loro genitori…” Affermazione perfetta per farsi odiare dalla coppia che si ha davanti, che si sentirà tradita per l’ennesima volta e frustrata nel proprio desiderio.

Scegliere non solo non è etico ma non è neppure sempre possibile, ma questo fa parte del capitolo “legge dell’adozione internazionale” che regola ogni singolo paese straniero. Fa parte della Convenzione dell’Aja e del fatto che sia stata ratifi cata o meno dai vari paesi di origine dei minori, tutte cose che le coppie non sanno, o sanno in modo approssimativo. Prendersela con chi siede di fronte a loro, con chi fa naufragare l’ultima illusione creando un ulteriore ostacolo sul cammino verso la genitorialità adottiva, è quindi la cosa più semplice e che aiuta a stemperare lo stress.

Questi trenta anni di attività ci hanno portato ad aver conosciuto tanti bambini che oggi sono giovani adulti, adottati forse con grande incoscienza rispetto al colore della loro pelle e alla loro situazione sanitaria, ma con grande amore. Sapere che dopo trent’anni questi ragazzi sono felici, che hanno trovato la loro strada nella vita, che la loro origine diversa o il fatto di essere stati adottati sia stato vissuto con serenità, è ciò che rende il nostro ruolo unico, e che ci ripaga della fatica.